Pietra
L’Arte della Pietra in Abruzzo e la Pietra Bianca della Majella
Il bianco calcare della Majella, noto per i caldi toni che la patina del tempo le dona, è il protagonista assoluto di molte delle più belle e antiche architetture abruzzesi. La Majella è considerata dagli Abruzzesi la montagna madre: abitata con continuità fin dal Paleolitico, è una zona di grande valore ambientale, paesaggistico e storico, oggi tutelata da un parco nazionale. Seconda vetta degli Appennini con i suoi 2.737 metri, il massiccio è formato da un calcare compatto ricco di minerali e con un lungo passato di sfruttamento per l’estrazione. Il territorio della Majella si estende tra le province di Chieti, Pescara e L’Aquila, ma una forte identità storica e culturale unisce i tre versanti: la tradizione lapidea attraversa questi luoghi con testimonianze numerose e omogenee sul piano territoriale.


Fino a oggi, come mille anni fa, i cavatori e gli scalpellini conservano un ruolo centrale nell’economia di alcuni centri ai piedi della “montagna madre”, in particolare a Lettomanoppello, Pretoro, Pennapiedimonte, Pacentro, nonché a Manoppello e Guardiagrele. La pietra locale è stata utilizzata sin dalle prime necessità umane per ripari e costruzioni, spesso sfruttando cavità naturali a scopi pratici o magico-religiosi. Con l’uso della pietra come materiale edilizio da parte degli Italici e dei Romani è iniziata una lavorazione meno rudimentale, e la costruzione medievale di abbazie e conventi ha fatto fiorire le arti applicate, portando maestranze che hanno arricchito la tradizione locale. La continuità fra uomo, pietra e spiritualità è testimoniata da eremi e luoghi di culto frequentati ininterrottamente dalla preistoria a oggi, luoghi dell’anima spesso legati a Celestino V o a S. Michele Arcangelo.
Il materiale stesso spiega gran parte della sua fortuna: la pietra bianca della Majella è una roccia calcarea compatta e relativamente friabile, ottima per il taglio e la lavorazione, adatta sia alla scultura che all’edilizia grazie a un carico di rottura elevato. Appena estratta è di un bianco candido, con venature che la fanno somigliare al marmo, per poi diventare ambrata con l’esposizione agli agenti atmosferici; l’erosione operata dall’acqua ne modifica lentamente la superficie. Le frequenti inclusioni fossili, residuo del fatto che la Majella era circa 100 milioni di anni fa un fondale marino ricco di conchiglie e coralli, arricchiscono la grana della pietra rendendola particolarmente suggestiva per scopi decorativi.

La lavorazione tradizionale vedeva gli scalpellini impegnati direttamente nell’estrazione: sfruttando le linee naturali di frattura si strappavano i blocchi alla montagna, che poi venivano trasportati a valle con slitte e carretti e segati a mano secondo le necessità. I blocchi venivano plasmati con mazzetta e scalpello in lavori fatti di intrecci, passaggi meticolosi e incroci; i motivi tratti dalla natura — fiori, frutti, piante, animali — decorarono chiese, abbazie e poi palazzi nobiliari, arricchendo il patrimonio decorativo con animali mostruosi, maschere barocche, busti e figure umane spesso legate a credenze popolari. Gli scalpellini della Majella si sono dedicati al restauro, alle lavorazioni edili come soglie, architravi, chiavi di volta e finestre, e alla realizzazione di rosoni, pozzi, fontane, statue, portali, colonne e capitelli.
Accanto al calcare majellano, più tenera e facile da plasmare, l’arenaria dei Monti della Laga ha permesso lo sviluppo di un artigianato complementare che produce camini, stipiti e imbotti, mensole, capitelli, pavimenti e lastrici, oltre a elementi e oggetti d’arredo. Oggi solo